Gv 1,18

« Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.»

Mentre in alcuni passaggi dell'Antico Testamento si legge che “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia” (Es 33,11; cfr. per es. Dt.34,10)... Gv afferma che Dio, nessuno lo ha mai visto, ed in questo modo chiarisce ulteriormente come tutte le precedenti esperienze religiose siano incomplete rispetto alla pienezza della “verità”(Gv 1,17) portata da Gesù Cristo.
Lui è infatti il Figlio Unigenito*, che... scrive l'evangelista... è Dio, a ribadire il concetto iniziale del Verbo eterno che “era Dio” (Gv 1,1).
Questa ripetizione ha il significato di farci comprendere che... proprio perché Lui stesso è Dio... il Figlio (...) lo ha rivelato (il Padre) in una maniera nuova, grazie alla quale l'umanità ha potuto colmare la “distanza” con quel Dio che sempre a Mosè aveva detto anche: “il mio volto non si può vedere” (Es 33,23).
Infatti... l'evangelista aggiunge che questo Figlio unigenito... che è nel seno del Padre...  è talmente unito a Dio che vedendo Lui si vede l'Eterno Padre.
Per indicare questa relazione divina, Gv utilizza qui l'espressione greca “o ôn eis ton kolpon tou patros”, vale a dire "colui che è rivolto verso il grembo del padre", ad indicare la pienezza di intimità che unisce inseparabilmente Figlio e Padre, per l'Eternità.
Significativamente, l'evangelista utilizzerà questa stessa espressione greca anche nell'episodio dell'ultima cena per descrivere l'atteggiamento del discepolo amato che "si trovava a tavola al fianco (“kolpō tou”) di Gesù" (Gv 13,23).
Questa “corrispondenza” lascia intendere che l'intimità che Gesù ha col Padre, può essere “replicata” dall'intimità che il vero discepolo può avere con il Cristo, fino a diventare... come vedremo... “uno con Lui”... “come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi” (Gv 17,21).
Infine, Gv conclude il prologo con la perentoria affermazione è lui (Gesù) che lo ha rivelato (il Padre) o... per tradurre ancora più fedelmente il vocabolo greco exêgêsato usato da Gv... “è lui che ne ha fatto l'esegesi”, cioè ne ha spiegato il “Volto” nascosto ponendo fine a quella che, fino ad allora, gli esseri umani vivevano come la Sua impenetrabilità.
In altri termini... l'evangelista ci dice che solo il Verbo incarnato che è Dio può parlare compiutamente di Dio nel senso del termine verbale exēgéomai... che significa “raccontare” o anche “spiegare in dettaglio” così come può fare il testimone oculare di un avvenimento... perché solo lui, il Verbo di Dio, “dice le parole di Dio” (Gv 3,34)... come affermerà in seguito il Battista.
D'altronde, in questo suo Prologo Gv già ci ha fatto comprendere che, nella Sua eterna preesistenza, il Verbo-Figlio è da sempre espressione del Padre al punto che... in un certo senso...  all'interno dell'unica Realtà divina il Padre può essere inteso come “Dio che parla”... ed il Figlio, in quanto “Parola divina”, come Dio che si comunica.
E' questo il concetto che fa da trait-d'union tra il Prologo che si chiude, e il racconto evangelico che sta per iniziare, durante il quale Gv espliciterà in quale modo è possibile realizzare la comunione con Cristo e, per conseguenza, la comunione con il Padre nostro.

* Vedi il termine "Unigenito" nel Glossario

Segue: La testimonianza di Giovanni e i primi discepoli (Gv 1,19-51)

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