Area di sosta

In questa area di sosta raccolgo alcune "istantanee" sui temi giovannei del Cristo-Lógos e dello Spirito Santo-Paràclito... scattate da varie "angolature".


Il termine greco Lógos (tradotto in latino con "Verbum") usato da Gv nel Prologo del suo Vangelo, indica non soltanto la “parola” quale mezzo espressivo del pensiero... ma anche lo stesso “pensiero” in quanto "discorso mentale", "idea", "progetto" volto ad essere espresso e realizzato.
Gv attribuisce a Gesù Cristo (Gv 1,17) il nome e la funzione di Lógos (Verbo), e con ciò l'evangelista vuole indicare che il divino disegno salvifico rivolto all'umanità, si è compiuto prima mediante il preesistente Verbo disincarnato (in greco “Logos ásarkos”)... che sin dal “principio” ha agito in quanto “luce” e “vita” (Cfr.Gv 1,4.5.9.10)... e poi, in un preciso momento nella storia dell'umanità, questo divino disegno si è ulteriormente compiuto mediante il Verbo incarnato  (“Logos énsarkos”) in Gesù (Cfr.Gv 1,14.17).
Il rapporto tra il Verbo/Lógos preesistente e Dio presuppone una distinzione di persona: nel primo versetto, l’evangelista scrive infatti “il Verbo era presso Dio”… e subito dopo aggiunge “il Verbo era Dio”... e ciò sta a significare che, pur se distinto nella persona, il Verbo è partecipe della natura divina e dunque è Lui stesso Dio.
Pertanto, il Verbo/Lógos è eterno, della stessa Eternità di Dio, ed infatti l'evangelista scrive “In principio” il Verbo “era”... indicandoLo cioè come già esistente all'origine del mondo e del tempo.
Il termine Lógos è stato dunque introdotto da Gv per indicare, con linguaggio filosofico, il Cristo preesistente nell'Eternità... la sua divinità... la sua mediazione tra il Dio inaccessibile e l'umanità... riprendendo al contempo anche i concetti biblici di “Parola” di Dio e di “Sapienza” (Cfr. Prov.8; eccli 24; Sap. 7-9).


Dal logos della filosofia...
al Logos di Gv

Ripercorrendo a ritroso l'evoluzione storica del concetto filosofico di lógos, vicino alla “sorgente” troviamo la figura di Eraclito (535-475 a.C.), il filosofo greco antico al quale viene generalmente attribuita « una dottrina del lógos come “legge universale” »... « un lógos secondo cui avvengono tutte le cose »(1).
Successivamente il filosofo stoico Cleante (Ca. 330-232 a.C.) identifica la legge divina di cui parla Eraclito con il « lógos spermatikós della teoria stoica, cioè con la ragione “seminale” o principio “attivo” (poioûn) del cosmo, che fecondando la materia inerte e senza qualità la rende capace di generare »(1).
In seno allo Stoicismo, vige una concezione cosmica secondo la quale « Il mondo è composto di materia e di fuoco, che è nel contempo un lógos, una ragione divina o spirito vivificante (pnêuma, “ragione seminale”)»(1)... ed il lógos é inteso come il "principio immanente dell'armonia del cosmo, energia ordinatrice della razionalità del tutto"(2)
Sempre all’interno della tradizione stoica, viene poi operata una distinzione tra il lógos endiáthetos (o “interiore”), cioè la oratio concepta (il “pensiero”)... e il lógos prophorikós (o “proferito”), ossia la oratio prolata (il “discorso”)..
Questa distinzione è successivamente ripresa da Filone di Alessandria, il quale elabora una teologia del lógos che riunisce alcuni aspetti provenienti dalla filosofia greca, con il concetto biblico della “parola di Dio”.
« Il lógos di Filone opera da supremo mediatore tra Dio nella sua trascendenza e il mondo creato in quanto “idea delle idee”, cioè in quanto modello archetipo della creazione.
Nel prologo del Vangelo di Giovanni, infine, il Verbo divino, creatore di tutte le cose, si è fatto carne nella figura storica del Cristo, “ha abitato tra noi...”
»(1); è da qui che scaturiscono i due fondamentali temi teologici della trinità e dell'incarnazione.
(1) (Enciclopedia Garzanti di Filosofia, 1994, pag.658)
(2) (De Luise, Farinetti, Lezioni di storia della filosofia", Zanichelli editore 2010



Cristologia giovannea
del Logos

Gli unici tre passaggi del Nuovo Testamento nei quali il termine greco  lógos, (che significa “parola”, “ragione”) è applicato a Cristo, appartengono tutti alla tradizione giovannea, e sono precisamente 1Gv1,1-3, Ap 19,13 ed il Prologo del Quarto Vangelo.
Com’è noto, è in quest’ultimo testo che l'uso del termine lógos assume maggiore importanza dal punto di vista teologico, fornendo i fondamentali “mattoni” neotestamentari usati poi dai pensatori cristiani che elaborareranno la successiva teologia trinitaria.
Nel primo versetto del suo Vangelo “Il principio era il Logos (il “Verbo”), e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio” (Gv 1,1), Gv mostra di aver tratto ispirazione dall'inizio della Genesi “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1)…riferendosi dunque a quell'inizio narrato dalla Bibbia che, peraltro, compare con una significativa variante nel Targūm palestinese, ovvero nella versione in lingua aramaica della Bibbia ebraica: “Dal principio, il mëmrā (il termine aramaico che significa “parola”) di JHWH, con saggezza, creò e e terminò i cieli e la terra”.
In un’analoga prospettiva, il lógos giovanneo è l'artefice della creazione (cfr. Gv 1,3), la “luce vera” che illumina “ogni uomo” (Gv 1,9), e che “si fece carne” (Gv 1,14) per compiere la sua missione di salvezza dell’umanità.
Nella teologia giovannea, il Lógos-Cristo è dunque il solo mediatore nell'ordine della creazione e della salvezza; è il rivelatore definitivo che porta a compimento la rivelazione ancora parziale trasmessa da Mosè al suo popolo (Cfr.Gv 1,16-18).
Lo studioso E.Cothenet, curatore della voce “Logos” nell’opera “Grande dizionario delle religioni” (Cittadella editrice, Edizioni Piemme, 1990), analizzando quale sia il posto che la dottrina cristologica contenuta nel Prologo del Quarto Vangelo occupa nella “storia delle religioni”, scrive tra l’altro:
« Per alcuni, Giovanni ha ripreso la nozione greca di Logos. Si sa che, da Eraclito in avanti, i pensatori dell'Ellade hanno sottolineato la razionalità del mondo.
Mentre Platone oppone il dominio delle idee pure al mondo del divenire e della contingenza, gli stoici presentano Dio come un soffio igneo e razionale che penetra in tutti gli elementi dell'universo e che dà loro movimento e vita. A questa dottrina fa allusione il discorso di Paolo all'Areopago (At 17,28). Filone di Alessandria si ispira a queste concezioni quando descrive il Logos di Colui che è, come il legame universale che tiene tutte le parti insieme (De Fuga et Inventione, 112)»*.
(…) « Ansiosi di presentare il cristianesimo agli intellettuali del loro tempo, i Padri apologisti svilupparono tutta una teologia del Logos. Secondo una prospettiva stoica, lo presentarono come la “ragione seminale” di ogni cosa, ma al tempo stesso riconoscono la sua azione sui saggi dell'antichità... 

Ispirandosi a Gv 1,9, Giustino afferma che tutti gli uomini partecipano al Verbo di Dio e ne deduce che tutti coloro che “hanno vissuto secondo il Verbo sono cristiani” (I Apol., 46)»*.
Per fare un altro esempio significativo basti pensare al vescovo e teologo siro Teofilo di Antiochia (II sec. d.C.), il quale espone la dottrina del Verbo immanente e del Verbo proferito utilizzando il linguaggio stoico, ed operando una distinzione tra il Logos interiore (endiáthetos), vale a dire colui che “Dio ha nelle sue viscere”, e il Logos proferito (prophorikos), cioè il Logos della comunicazione (Teofilo d'Antiochia, Ad Autolicum, II, 10,22).
*(Edouard Cothenet in "Grande Dizionario delle Religioni", Edizioni Piemme, 1990, p1164-1165)

Gli antecedenti del Logos giovanneo

Il fatto che il termine Logos, utilizzato da Gv nel Prologo del suo Vangelo, sia traducibile con il vocabolo Verbo, che significa "Parola"... rinvia in modo del tutto naturale al concetto di “Parola di Dio” così com'è intesa nell'Antico Testamento... cioè come Dio stesso che raggiunge l'essere umano con la sua forza e con la sua volontà salvifica.
Però... a differenza del Logos giovanneo... questa veterotestamentaria Parola divina non è mai “ipostatizzata”, ovvero non è mai personificata come una realtà a sé stante, esistente già “in principio” (Gv 1,1) accanto a Dio.
A titolo esemplificativo, è utile ricordare una celebre pagina nella quale Isaia scrive: « Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, in modo da fornire il seme al seminatore e il pane a chi mangia, così sarà la parola che esce dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza avere attuato quanto volevo, e compiuto ciò per cui l'ho inviata » (Is 55,10-11).
Ebbene... è qui evidente l'analogia riscontrabile con il percorso prima discendente e poi ascendente compiuto dal Logos/Verbo del Vangelo giovanneo ma... come detto poc'anzi... ciò non annulla la differenza esistente tra il concetto isaiano di Parola di Dio, ed il Logos del Quarto Vangelo.
Tenendo conto di questa necessaria premessa, è comunque naturale poter pensare che Gv abbia usato il termine Logos facendovi confluire anche il significato veterotestamentario di Parola divina, e riferendosi anche ad altre concezioni filosofiche e religiose allora esistenti.
Questo è per esempio quanto afferma uno dei massimi esperti mondiali di Gv, Robert Kysar, già professore di Nuovo Testamento e omiletica al Seminario teologico luterano di Filadelfia, il quale scrive che, antecedentemente al Quarto Vangelo, « il Logos era una concezione radicata in contesti religiosi e filosofici molto diversi. In primo luogo nello stoicismo, presente nelle filosofie ellenistiche, era concepito come una specie di ragione cosmica. Era la mente al centro dell'universo, ne spiegava interamente il funzionamento, la struttura e gli dava ordine. Un granello di questo Logos universale è presente in ogni persona, così sosteneva questa concezione, e in questo modo collegava tutti al cuore del cosmo. Naturalmente gli ebrei avevano una tradizione della Parola di Dio similmente antica: la dabar Yahvè. Fu la Parola di Dio che portò ogni cosa all'esistenza, secondo la tradizione racchiusa in Genesi 1. Era la Parola di Dio che si rivolgeva ai profeti e li riempiva del messaggio da portare al popolo ebraico: era come un ponte fra il Dio trascendente del pensiero ebraico e il mondo umano. Il pensiero giudaico successivo elaborò più a fondo il concetto di sapienza. La Sapienza era con Dio e pervadeva le persone devote, fu fatta persona divina in qualche forma, in alcune pagine di letteratura giudaica, come Proverbi 8,22-31. Più tardi, al tempo della Bibbia ebraica e oltre questo periodo, nel corso del primo secolo dell'èra cristiana, la speculazione giudaica sulla Sapienza la mise in relazione alla Torah, la parola scritta di Dio. Similmente, essa fu identificata con la Parola di Dio (memra, la forma aramaica per “parola”). Con un'eccessiva semplificazione di un lungo percorso storico, si può dire che la Sapienza fu personificata, poi collegata e armonizzata con la precedente tradizione relativa alla Parola di Dio. Da questa ricca eredità l'autore del Prologo del Vangelo ricavò i suoi pensieri. Si può vedere come il significato del Prologo potrebbe essere simile a quello del Logos del pensiero stoico, come si collega alla concezione della Parola di Dio presente nelle scritture ebraiche e anche come “parola” potrebbe essere la traduzione di “sapienza” , così com'era concepita nella riflessione giudaica. Quali che siano le sue radici specifiche, l' autore intende affermare che il Logos ha un significato ricco e vario.» Poi Kysar continua aggiungendo che Gv « intende applicare quest'ampia categoria filosofico-religiosa del Logos a Gesù, per affermare che egli era il compimento dell'intera vasta tradizione di molte differenti religioni e visioni filosofiche dell'universo. L'autore, in effetti, sta dicendo che Cristo è tutto questo, Logos della tradizione stoica, Parola della Bibbia ebraica e Sapienza della riflessione giudaica, condensati in una persona. Non è un concetto filosofico astratto, non è una categoria dell'esperienza religiosa, né è mitologia religiosa speculativa. E' una persona incarnata, vivente, storica; proprio a questo punto si pone il genio del Prologo.» (Robert Kysar, Il Vangelo Indomabile, Claudiana - Torino, 2000, pp. 53-54)
In estrema sintesi, si potrebbe dire che il Prologo contiene una concezione di Logos inteso quale dimensione espressiva di Dio il quale... pur non essendo compiutamente espresso nel Logos e pur essendo di per Sé ineffabile... è comprensibile agli esseri umani per la parte di Lui che il suo Logos rivela loro.
In relazione a questo concetto, è sempre R.Kysar a scrivere che « il Logos è quella dimensione di Dio che è giunta ad espressione per poter essere compresa dagli esseri umani. Questo ci porta al cuore del Prologo stesso, così come esso si trova ora nel Vangelo, il famoso versetto 14: “E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi”. L'espressione dell'essere divino dimora in una singola creatura umana e vive fra altri esseri umani per un certo periodo. La dimensione espressiva dell'essere di Dio è fisicamente presente. È stata resa sensibile, così che possa essere toccata, vista, udita e sperimentata. Naturalmente, per il quarto evangelista, questo “Logos sensibile” è l'uomo di nome Gesù di Nazareth.» (Robert Kysar, Il Vangelo Indomabile, Claudiana - Torino, 2000, pp. 57)


Il Logos in quanto "Legge naturale"

Alla filosofia stoica (III sec. a.C. ca.) è riconducibile l'introduzione della concezione di “Legge naturale”, destinata ad avere grande successo nei secoli successivi, giungendo fino ai nostri giorni:
Per gli Stoici il cosmo è una realtà viva, che si sviluppa in modo razionale sulla base della legge naturale del logos.
In questa prospettiva, il logos è una realtà divina, una forza, un'energia, un “soffio vitale” che anima il mondo... a cui partecipa il logos dell'essere umano... e la conseguenza etica di tale concezione implica che il “saggio” sia colui che prende consapevolezza di questa razionale legge divina che è presente anche in lui, conformandosi ad essa.
La legge naturale del logos contiene dunque in sé i principi della vita morale e, storicamente, è celebre la rilettura di questa concezione stoica che viene effettuata da Paolo di Tarso, in base alla sua fede monoteistica:
In relazione alla questione di quale potesse essere la morale di riferimento per i “gentili” (cioè per quanti vivevano al di fuori della Legge mosaica che regolamentava moralmente la vita degli Ebrei), Paolo elabora la sua risposta nella lettera ai Romani (Cap.2, 14-15), dicendo che i gentili hanno a disposizione la “legge naturale” che Dio ha iscritto nella loro coscienza. Pertanto, coloro che non hanno ricevuto la rivelazione del Sinai possono comunque ascoltare la voce della coscienza, che costituisce la rivelazione naturale concessa da Dio ad ogni essere umano... e da questa concezione conseguirà poi il filone della cosiddetta “teologia naturale”, che si occupa della possibilità di arrivare a conoscere Dio attraverso la propria ragione.
In base ad essa, anche chi non ha ricevuto la Rivelazione ebraica o non crede in Gesù... può comunque utilizzare il dono divino della ragione per risalire, mediante la riflessione razionale, dagli effetti presenti nel cosmo... alla primaria Causa divina.


Il termine pneuma (spirito) nel Vangelo di Giovanni

Una delle peculiarità della teologia giovannea è la particolare rilevanza assunta dal tema dello “Spirito”.
Nelle oltre venti volte che il termine pneuma (spirito) compare nel Quarto Vangelo, in un paio di occasioni (cfr. Gv 11,33; Gv 13,21) esso è eccezionalmente riferito allo spirito dell'essere umano... mentre nei restanti passaggi Pneuma indica lo Spirito di Dio inteso in svariate accezioni, di cui le principali sono così riassumibili:
a) Talvolta Pneuma indica la potenza e il carattere di Dio dato all'uomo Gesù, come si evince dall'episodio in cui Giovanni Battista testimonia la discesa dello Spirito su di Lui (cfr. Gv l,32.33; cfr. Gv 3,34).
b) In altri casi, il termine Pneuma indica la “vita spirituale” generata nel credente dalla presenza dello Spirito divino, conseguente alla glorificazione di Cristo (Cfr. Gv 7,39; Gv 20,22)... e la nuova vita accordata dallo Spirito è talora presentata come una nascita (Cfr, Gv 3,5.6), una realtà che vivifica (Cfr. Gv 6,63).
c) Nell'ambito dei cosiddetti “discorsi di addio”, il termine “Pneuma” viene utilizzato in collegamento con un'espressione caratteristica di questo Vangelo, il termine “Paràclito” (tradizionalmente tradotto con “Avvocato”, o “Consolatore”), il cui significato richiede uno specifico approfondimento (vedi “La missione del Paràclito” qui di seguito).


La missione del Paràclito

Paràcletos (che letteralmente significa “chiamato presso” e corrisponde al latino "advocatus") è un termine greco che va inteso nel senso di “Colui che è chiamato in aiuto per difendere la propria causa” o, in un'ulteriore accezione, come il “Consolatore”.
Nell'ambito dei cosiddetti “discorsi di addio” (Cfr. Capp.14-16), Gesù annuncia la missione dello Spirito Santo-Paràclito esprimendone alcune fondamentali caratteristiche:
a) Attuerà una particolare azione sui credenti in Cristo (Cfr. Gv 14,15-26)
Colui che Gv definisce “un altro Paràclito” (Gv 14,16) (indicando dunque lo Spirito quale essere personale, al pari di Gesù) “sarà sempre con i credenti” (Cfr. Gv 14,16), rendendo accessibile la salvezza già nel corso della loro esistenza terrena... a determinare quella peculiare concezione giovannea di "Vita eterna" raggiungibile nel presente (e non soltanto in una futura “resurrezione dei morti alla fine dei tempi”), che è definita dagli studiosi "Escatologia attuale".
Il credente che crede in Cristo entra infatti in comunione con Lui, vivendo la sua stessa "Vita", che a sua volta è in unione con il Padre, Il quale è l'Eterna Sorgente della Vita. Mediante la fede, il credente vive dunque la Vita divina (vedi la voce "Inabitazione" nel Glossario).
b) Fungerà da sostegno quando i credenti saranno perseguitati (Cfr. Gv 15,18-27; Gv 16,1-4)
Così come ha odiato Gesù, “il mondo” odierà anche i suoi discepoli, per il fatto che essi “non sono del mondo” (Cfr.Gv 15,18-19). Però, così come Gesù ha già vinto il “il mondo”, il Paràclito aiuterà i suoi discepoli a fare altrettanto.
c) Porrà "il mondo" davanti al suo errore, messo in evidenza dalla "Luce" di Cristo  (Cfr. Gv 16.5-11)
Il Paràclito sarà anche l' “Avvocato” che riaprirà il processo intentato a Cristo dal “mondo”, nel senso che agirà dando piena testimonianza alla verità di Gesù... prima attraverso gli apostoli, e poi mediante i cristiani delle epoche successive... ispirando la loro parola e concedendo loro la possibilità di compiere miracoli nel nome di Cristo.
d) Completerà nei credenti la conoscenza della Rivelazione divina (Cfr. Gv 16.12-15; Gv 14,26)
In quanto “Spirito di verità” (cfr. Gv 16,13), il Paraclito svolgerà anche un compito in rapporto alla Rivelazione divina, perché Lui “vi ricorderà tutto cio che io vi ho detto” (Gv 14,26),“vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13a), “vi annuncerà le cose future” (Gv 16,13b)... portando anche ulteriori approfondimenti rispetto a quanto Gesù ha rivelato agli apostoli, ai quali infatti Lui ha detto: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso” ( Gv 16,12).


Paràclito, Parusia e Rivelazione

In quanto “ultimo nato” dei quattro “canonici”, il Vangelo di Giovanni consente di mettere particolarmente a fuoco un problema avvertito dalle prime generazioni dei cristiani, ovvero il ritardo della "Parusia".
Infatti, negli anni a cavallo tra la fine del I secolo e l'inizio del II secolo... cioè nel periodo in cui fu redatto il IV Vangelo... non si era ancora verificato l'atteso “ritorno” escatologico di Gesù per l'instaurazione del definitivo Regno messianico... e ciò poteva mettere in crisi la fede dei cristiani di quel tempo.
Una chiara risposta teologica a questo problema è costituita dal Paràclito del Vangelo di Giovanni.
Per esempio, R.Kysar (professore di nuovo Testamento ed omiletica al seminario teologico luterano di Filadelfia) scrive: 
“Il parakletos è Cristo in mezzo a noi, proclama l'evangelista! Egli sta indicando ai suoi lettori che la vecchia attesa cristiana del ritorno di Cristo si rivolgeva nella direzione sbagliata. Non guardate al futuro per il suo ritorno. Guardate, piuttosto, all'esperienza presente della comunità. Provare in maniera cristiana lo Spirito è la loro esperienza del Cristo riapparso. La parusia è avvenuta ma non nei termini piuttosto grossolani in cui era attesa. Quindi, la concezione del parakletos nel Vangelo è parte dell'escatologia del libro. Si tratta di una branca dell'escatologia del presente insegnata dall'evangelista”*.
Oltre a fornire una soluzione teologica all'attesa della Parusia, la concezione giovannea del Paràclito costituiva anche una risposta ad un problema strettamente collegato, ovvero alla necessità... da parte delle generazioni di cristiani che via via si allontanavano dalla viva presenza fisica del Gesù terreno... di attingere compiutamente dalla sorgente della sua Rivelazione divina.
Gesù aveva infatti parlato in un momento ben preciso della storia e... visto che ormai i testimoni oculari di quanto Lui aveva fatto e detto non c'erano più... si poneva il problema di come poter usufruire di questo “tesoro” divino.
Le comunità cristiane giovannee avevano riconosciuto nel Paràclito Colui che di fatto annullava la distanza temporale da Gesù, consentendo loro di “abbeverarsi” direttamente alla “sorgente” della rivelazione divina e... evidentemente... questo concetto teologico è attualissimo anche per i cristiani di oggi.
In sostanza, come ben sintetizza R.Kysar, “È il parakletos che costituisce la presenza vivente di Cristo ed è l'opera dello Spirito che rende facilmente disponibile a tutti la rivelazione di Dio in Cristo”*.
Infatti, il Paraclito è lo “Spirito della verità” che, come diceva Gesù, “Vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26) e “Vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13).
Al riguardo osserva il teologo cattolico J.Gnilka,  “Qui Giovanni si differenzia da Paolo. Lo Spirito non opera carismi straordinari, come il parlare in lingue o le guarigioni. Né si pensa allo Spirito anzitutto come al principio di una nuova vita morale, come in Rm 8. Secondo i detti sul Paraclito, lo Spirito ha la funzione precipua ed esclusiva di far conoscere, e quindi di rendere possibile la continuazione dell’annuncio. Lo Spirito infatti renderà testimonianza per Cristo, cosi come devono fare i discepoli (Gv 15,26s)**.
* (R.Kysar, Vangelo Indomabile, Ed.Claudiana 2000, p.171)
** (J.Gnilka, Teologia del Nuovo Testamento, Ed.Queriniana 1992, p.165)


Lavori in corso    :-)