Gv 4,48

« Gesù gli disse: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete".» 

Rivolgendogli un'espressione al plurale Se non vedete segni e prodigi, voi non credete, Gesù assimila il comportamento di questo funzionario regio a quello dei Giudei della Galilea i quali... ci ha detto poc'anzi l'evangelista... avevano ben accolto Gesù “perché avevano visto tutto quello che aveva fatto a Gerusalemme” (Gv 4,45) … ma avevano evidentemente manifestato una fede insufficiente, in quanto basata soltanto sui prodigi che destano sensazione (Cfr. Gv 2,23).
Queste parole di Gesù, che appaiono come un rimprovero, hanno in realtà la funzione di portare questo suo interlocutore al piano della fede autentica, al di là dell'esaudimento della necessità di guarigione di suo figlio.

Segue: Gv 4,49

“Segni e prodigi”

L'espressione qui usata da Gesù... “segni e prodigi” (in gr. “sēmeia kai terata”)... ha la sua “genesi” nei libri dell'Antico Testamento, dov'è per esempio usata in riferimento ai prodigi straordinari compiuti da Dio per liberare gli Ebrei tenuti in schiavitù dal Faraone (Dt 6,22).
La manifestazione di questa potenza salvifica aveva dato agli Israeliti l'opportunità di credere al Dio unico, Signore della storia e padre d'Israele, beneficiando così della Sua promessa di vita.
Il fatto che Gesù si rivolga a questo funzionario reale dicendogli Se non vedete segni e prodigi, voi non credete sta a significare che lui non deve limitarsi a chiedere il miracolo per suo figlio... ma deve anche orientarsi verso la comprensione della realtà di Colui che opera questo miracolo, affinché arrivi a destinazione il contenuto del “segno” operato mediante il fatto prodigioso.
Infatti quando, alla fine dell'episodio, l'evangelista ci racconterà che il funzionario “credette” (Gv 4,53)… vedremo che dell'espressione segni e prodigi rimarrà solo il termine “segno” (Gv 4,54), ad indicare l'avvenuta comunicazione del messaggio spirituale... da Dio al credente che lo ha accolto.

Segue: Gv 4,49