Gv 1,12

« A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, »

Diversamente dalla tradizione religiosa del Giudaismo... nella quale era l'essere umano a dover cercare il Signore e ad andare verso di Lui mediante uno zelo religioso volto ad “accattivarsene” il favore... il concetto teologico sottostante a questo versetto di Gv è quello di Dio che va con il Suo amore verso l'essere umano, il quale... per conseguenza... è interpellato nella sua libertà di accoglierLo, oppure no.
Quando questa risposta umana è positiva, ecco che i credenti... scrive l'evangelista... ricevono un dono straordinario: il potere di diventare figli di Dio.
Qui Gv non sta parlando del concetto religioso presente oggi in alcune chiese cristiane, nelle quali "si diventa figli di Dio" a fronte di un rito battesimale ricevuto da bambini, ovvero nell'età dell'inconsapevolezza.
Le parole dell'evangelista hanno invece come "retroterra" un concetto tipico della cultura ebraica, nella quale “figlio” è colui che assomiglia al Padre nel proprio modo di comportarsi.
Ecco allora che questo potere di diventare figli di Dio è ricevuto in dono da quanti orientano la propria umana esistenza verso l'amore del Padre, accogliendo così la Luce divina del Logos-Cristo.
Di fronte all'espressione che credono nel suo nome è poi necessario chiedersi anche quale sia il nome a cui l'evangelista si riferisce e... pur se qualcuno, anche tra gli studiosi, vorrebbe leggervi già il nome di Gesù... lo sviluppo testuale del Prologo, nel quale Gv non è ancora giunto a parlare del momento in cui “il Verbo si fece carne” (Gv 1,14)  in Gesù, induce a propendere per un'altra lettura.
Qui infatti l'evangelista si sta ancora riferendo al “Verbo non incarnato” (in greco “Logos asarkos”) cioè del Cristo preesistente a Gesù, per cui la frase credono nel suo nome va intesa in senso biblico, laddove “nome” è un sostitutivo riverenziale di Dio, usato nell'Antico Testamento per riferirsi a Jhwh con espressioni come per esempio “confidare nel nome (del Signore)”.
Per conseguenza, il messaggio di Gv è riferito anche agli esseri umani vissuti prima di Cristo, i quali... se hanno “creduto nel suo nome”, cioè se hanno creduto in Dio accogliendo la Luce vitale del Suo Verbo (come per esempio hanno saputo fare i profeti e, in generale, i "giusti" dell'Ebraismo)... sono diventati figli di Dio, perché il Logos divino li ha condotti all'unione con Dio stesso.
Inoltre... è fondamentale ricordare che il credono di cui parla Gv non è una mera adesione ideologica, magari incentrata unicamente sull'obbedienza formale alle norme religiose... quanto invece un'accoglienza del Verbo divino quale proprio modello di comportamento, "trasportato" poi nei fatti di un'esistenza che sia orientata il più possibile verso la capacità di farsi dono di amore per il prossimo.
E' questo dunque il modo per diventare  figli di Dio indicato da Gv: quello di coltivare una fede che porta a collaborare concretamente con il piano di Amore divino... e che dunque fa essere in sintonia con l'iniziale progetto per l'umanità che il Padre ha sin dall'alba dei tempi, cioè da quando il “Verbo era presso Dio” (Gv 1,1).
Così... nutrendosi dell'Amore cristico ed acquisendo per conseguenza la possibilità di comunicarlo anche al prossimo... ogni credente può incamminarsi verso una vita di condizione divina, capace di superare la morte perché “impregnata” di Eternità.

Segue Gv 1,13

P.S. bis - Riguardo al concetto universale di salvezza riscontrabile in questo Vangelo, vedi anche le letture di:
- Gv 1,9 (vedi l'approfondimento "Il Logos che illumina ogni uomo")

- Gv 3,15
- Gv 3,36
- Gv 17,3