Gv 1,14c

« gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. »

...l'evangelista aggiunge poi che si tratta di gloria come (in greco “hōs”) del Figlio unigenito che viene dal Padre.
La comprensione di questa espressione richiede un preliminare chiarimento evidenziato dalla lettura esegetica, la quale spiega che il termine di paragone “come” non è la traduzione appropriata del termine greco usato da Gv... ovvero “hōs”... che più correttamente significa “di”, nel senso  “in qualità di”.
Le parole di Gv dovrebbero pertanto essere tradotte gloria di Figlio unigenito, a significare che è proprio in quanto “Figlio unico” di Dio che il Verbo irraggia la Sua gloria.
L'utilizzo, da parte dell'evangelista, del vocabolo unigenito (dal greco monogenēs, collegato dagli studiosi all'ebraico jāhîd, che può significare tanto "unico", "unigenito" quanto "prediletto")...  va compreso tenendo conto che nella Bibbia l'espressione “figlio di Dio” poteva designare anche degli esseri umani che facevano parte del popolo di Dio (Os 2,1), oppure il re dello stesso popolo (Sal 2,7; 2Sam 7,14) o, per esempio, anche un giusto perseguitato.
Ecco allora che Gv, con l'intento di usare un termine che designi in modo peculiare il Verbo incarnato, scrive unigenito che viene dal Padre , cioè dal Dio Eterno.
Per comprendere il significato di questa provenienza, è necessario ricordare che la cultura ebraica dell'epoca identificava nel “figlio unico” (o nel “primogenito”) l'erede di tutto ciò che era posseduto dal padre, e da ciò si può dedurre la volontà di Gv di affermare che la gloria che brilla in Gesù è proprio quella del Padre Eterno, che il Logos incarnato ha in “eredità”.
Quindi, con l'espressione che viene dal Padre l'evangelista ribadisce che il Verbo incarnato è veramente Colui che sin dall'Eternità “era presso Dio” (Gv 1,1) ... per cui la Sua gloria non è determinata “soltanto” dai “segni” compiuti dal Cristo durante la sua incarnazione terrena:
Si tratta infatti di una “eredità” che Gli è conferita dal Padre sin dal “principio” (Gv 1,1), della quale il Logos divino disponeva dunque già “prima che il mondo fosse” (Gv 17,5).
In conclusione di questo versetto... Gv aggiunge infine pieno di grazia e verità, proponendo un binomio che fa da “eco”  al precedente formato da “vita” e “luce” (Gv 1,4).
Un'interpretazione molto comune di Gv 1,14c legge l'associazione grazia (kháris) e verità (alêtheia) conformemente al significato della parola ebraica 'emet (che significa “verità” nel senso di “fermezza, fedeltà”), e dunque attribuisce all'evangelista l'intenzione di parlare del divino amore di cui “è pieno” il Cristo nel senso che si tratta di  un amore che è veritiero in quanto assolutamente fedele, indipendentemente dal fatto che l'essere umano sia libero anche di rifiutarLo.
Però... pur se questa interpretazione di “amore fedele” rimane ammissibile... il contesto di questo Prologo orienterebbe a leggere il termine greco kháris nel significato oggettivo di “favore, grazia”... ed il termine alētheia nel significato oggettivo di “verità”.
In questo modo, restando dunque più vicini al significato originario dell'espressione usata da Gv... "plērēs kháritos kaì alētheías" è possibile leggervi la traduzione riempito della grazia della verità, dalla quale emerge l'intenzione dell'evangelista di darci il messaggio che per esempio il gesuita Dufour riassume così:
« Di che cosa, in conclusione, è riempito Gesù? Della verità, cioè della conoscenza di Dio. Questo è il "dono" che egli può fare: comunicare la verità del Padre, dire "Lui". » (X.L.Dufour, "Lettura dell'evangelo secondo Giovanni, pag.122)
Detto in altri termini, il Verbo incarnato è riempito di verità intesa come “conoscenza di Dio”, e la grazia che si irraggia da Lui è dunque il dono all'umanità di questa Sua Conoscenza divina.

Segue: Gv 1,15

P.S. - Nella prospettiva teologica di Gv questa “concentrazione” di grazia e verità in Gesù va compresa tenendo conto che il Logos ásarkos (cioè il Cristo in quanto “Verbo disincarnato”) continua a manifestare la Sua presenza luminosa nel creato... come ha fatto sin dall'alba dei tempi... anche al di fuori della figura storica di Gesù.
Però, ci dice Gv, l'incarnazione del Verbo è un evento salvifico di tale portata, che quanti riconoscono in Gesù la gloria splendente di Figlio unigenito che viene dal Padre, dispongono di una straordinaria "scorciatoia" per entrare in unione col Padre stesso, tant'è vero che più avanti Gesù dirà chiaramente: “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9).

Segue: Gv 1,15

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“Conoscenza incarnata” (Nel mio blog "Diario di un monaco")