Gv 2,21

« Ma egli parlava del tempio* del suo corpo.»

Per mettere in chiaro l'equivoco in cui sono scivolati i Giudei, l'evangelista precisa che Gesù “parlava del tempio* (santuario) del suo corpo”... e non del Santuario in pietra che, nella tradizione giudaica, è luogo della presenza (shekinà) di Dio fra il suo popolo.
D'altronde, già nel Prologo (Gv 1,14) Gv aveva fatto un'allusione a questo concetto teologico, quando aveva scritto che il Verbo divino “mise la sua tenda (in greco “eskénosén”) in mezzo a noi... laddove le tre identiche consonanti skn presenti nel  vocabolo ebraico “shekinà” (che significa "presenza di Dio") e nel vocabolo greco “skene” (tenda)... richiamano il fatto che, con l'incarnazione del Verbo, il corpo di Gesù è la “tenda” della presenza di Dio tra gli uomini (cfr. Gv 1,14a).
Considerando poi che Gv scrive queste parole sul finire del I° secolo, quando già il Tempio di Gerusalemme (distrutto nel 70 d.C.) non c'era più, i cristiani lettori di questo suo Vangelo possono trarre dal “segno del Tempio” un chiaro messaggio:
Gesù, risorto “in tre giorni” (Gv 2,19), è il “Tempio-Santuario” che renderà possibile... a quanti crederanno in Lui... incontrare la "presenza di Dio".

Eccoci allora giunti al punto in cui possiamo osservare, con uno sguardo d'insieme, le tre “figure” mediante le quali l'evangelista ci ha presentato Gesù:
L' “agnello di Dio” (Gv 1,29.36), il “vino” messianico (Gv 2,1-12), il nuovo “tempio-santuario” (Gv 2,13-22).

Segue: Gv 2,22

*Nota esegetica: Gv ha scritto letteralmente "peri tou (del) naou (santuario)", e non "del tempio" (cfr. Gv 2,19)