Nota esegetica su Gv 3,3-4

Dopo aver letto la risposta data da Nicodèmo a Gesù (Gv 3,4), possiamo riportare l'attenzione sul vocabolo greco ánōthen che abbiamo incontrato durante la lettura di Gv 3,3... e che è interessante riesaminare alla luce di alcune significative osservazioni esegetiche.
Scrive per esempio il gesuita Xavier Leon Dufour:
« L'avverbio ánōthen può significare sia “dall'alto” sia “di nuovo”; è il contesto che orienta la scelta. Qui conviene scegliere “dall'alto”, come mostra il seguito del testo. Ma l'altro senso, “di nuovo” spiega l'incomprensione di Nicodemo che replicando dirà: “una seconda volta” (deúteron). Gv usa volentieri parole a “doppio significato” per far progredire i suoi dialoghi: un malinteso provoca una spiegazione e conseguentemente un approfondimento dell'annuncio di Gesù. Questo è uno dei casi » (X.L.Dufour, “Lettura dell'Evangelo secondo Giovanni”, Ed.San Paolo 2007, pag.259-260). 
Questo esegeta preferisce dunque tradurre ánōthen con il significato “dall'alto”, adducendo peraltro una motivazione che... chiamando in causa l'abitudine dell'evangelista ad usare intenzionalmente delle parole a “doppio significato”... qui non è però pienamente soddisfacente:
Nella lingua aramaica parlata da Gesù non esiste infatti un termine che, come nella lingua greca, ammetta i due significati... per cui la tesi del grossolano equivoco in cui sarebbe caduto Nicodèmo manca del suo presupposto fondamentale, perché manca il vocabolo aramaico che, pronunciato da Gesù, avrebbe potuto indurre al fraintendimento Nicodèmo [il quale, oltretutto, essendo “maestro in Israele” (Gv 3,10) era meno esposto di altri ai fraintendimenti linguistici].
Non a caso... diversamente da Dufour molti studiosi traducono infatti ánōthen con il significato “di nuovo”... tenendo conto anche di ciò che lo stesso Dufour ha rilevato, e cioè che “di nuovo”“spiega l'incomprensione di Nicodemo”... il quale si pone un interrogativo basato proprio su questo significato.  
Un altro esegeta che preferisce anch'egli, come Dufour, la traduzione “dall'alto”... cioè il teologo tedesco Rudolf Schnackenburg...  in un passaggio del suo commento in 4 volumi al Vangelo di Giovanni ammette l'ampiezza del movimento di studiosi che invece scelgono “di nuovo”, scrivendo: « La traduzione di γεννηθῇυαι ἄνωθεν (anōthen) è resa più difficile dal fatto che ἄνωθεν (anōthen) in greco può significare: 1. dall’alto; 2. dal principio; 3. di nuovo. Delle antiche versioni, quelle latine quelle copte e la maggior parte delle siriache (ad eccezione di sypal) preferiscono il terzo significato. Cosi pure interpretano Giustino (apol. 61,4 άναγεννηϑήτε), Clemente Alessandrino (prot. 9,82), Tertulliano (Bapt. 13), Agostino, Girolamo e moltissimi moderni. L‘interpretazione 'dall’alto', da Dio, fu preferita già da alcuni Padri greci quali Origene, Cirillo d’Alessandria e Giovanni Crisostomo, e, fra i moderni, da Calmes, Tillmann, Lagrange, F.-M.Braun. Alcuni sono indecisi, altri accettano un’intenzionale doppio significato (Barrett). »
(R.Schnackenburg, Vangelo di Giovanni, Parte I, Paideia 1987, pag.527-528).

Chiarito dunque che l'attribuzione a Gesù dell'espressione “di nuovo” (Gv 3,3) è ampiamente attestata... sia nell'antica storia cristiana che nella moderna esegesi biblica (per es. “La Bible de Jerusalem, nuova edizione 1998”, traduce infatti “di nuovo”)... ci si può avvicinare in questa prospettiva alle due domande di Nicodèmo... che fanno capire come lui consideri paradossale ciò che ha appena sentito dalla bocca di Gesù.
Riguardo in particolare alla seconda domanda... “Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”... la più naturale delle considerazioni è quella per esempio contenuta in un commento di Giustino di Nablus riferito a Gv 3,4: “E' chiaro a ognuno che è impossibile una volta nati, rientrare nel seno materno” (San Giustino, Apologia prima 61,5).
Questa è la prova, pensano in molti, che Gesù può aver parlato della necessità di “nascere di nuovo” solo nel senso di una rinascita spirituale.
Senonché... questa ovvietà, e cioè che è impossibile rientrare nel seno materno dal quale si è stati partoriti, non obbliga affatto a credere che Gesù abbia parlato della necessità di nascere “di nuovo” in senso meramente spirituale... vale a dire soltanto mediante una conversione interiore compiuta nel corso della propria vita.
Infatti... proprio la domanda paradossale di Nicodèmo... “Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?” ... fa pensare che Gesù si sia in effetti riferito al grembo materno di una nuova madre genitrice, grazie alla quale un uomo... che eventualmente non riuscisse a “rinascere spiritualmente" nel corso della sua esistenza... può avere l'opportunità di farlo reincarnandosi per una nuova esistenza terrena.
Però... giunti a questo punto... sembrerebbe presentarsi un'ulteriore obiezione:
Poiché generalmente si ritiene che, all'epoca del dialogo tra Gesù e Nicodèmo, l'idea di reincarnazione non esistesse in Israele... si potrebbe sostenere che se Gesù avesse detto “di nuovo” anche in senso “reincarnazionista”... allora non avrebbe avuto poi motivo di rimproverare Nicodèmo dicendogli “Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose?” (Gv 3,10)... proprio perché “queste cose”, cioè la rinascita intesa in senso reincarnazionista, non sarebbe stata conosciuta in Israele.
In realtà, l'idea che il concetto di reincarnazione sarebbe entrato nel Giudaismo solo in epoca medievale, attraverso la teoria del “ghilgul” (“rotazione” degli esseri) sostenuta dalla Qabbalah…  è discutibilissima.
Per esempio, nel suo libro “Cristianesimo e reincarnazione” (Elledici, Torino 1997, p.14) il sacerdote cattolico Pietro Cantoni, parlando della “trasmigrazione” come una delle dottrine più importanti della Qabbalah, scrive: “Il fatto che nel Bahir - prima espressione letteraria di questa corrente dell'Ebraismo, datato XII secolo - non ci sia traccia di apologetica della dottrina, deporrebbe a favore di una sua origine più antica, forse risalente addirittura alla fine del periodo del Secondo Tempio (Cfr. G.SCHOLEM, Le origini della Kabbalà, trad.it., Edizioni Dehoniane, Bologna 1980, pp.238-239)".
Verso questa stessa direzione [che si accorda con la lettura "reincarnazionista" dell'espressione "di nuovo" pronunciata da Gesù, come anche della sua successiva frase “Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose?” (Gv 3,10)] porta anche la constatazione che, per esempio, credeva alla reincarnazione un ebreo assai noto e contemporaneo di Gesù, vale a dire Filone di Alessandria, fondamentale punto di riferimento per i teologi cristiani dei primi secoli d.C. (Cfr.Filone D'Alessandria, De plantatione 14, 4; De somniis 1, 138).

Segue: Gv 3,5

Riguardo a questa nota, vedi anche:
Gv 5,21 
Gv 9,2

Post collegati (in relazione al tema della reincarnazione):
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