L'evangelista inizia adesso a raccontare il celebre episodio di Cana, che costituisce la prima concretizzazione di quanto Gesù ha appena anticipato a Natanaèle, e cioè “che avrebbe visto cose più grandi di queste” (Gv 1,50).
Tale promessa diviene realtà già durante questa festa di nozze, al termine della quale... come vedremo... i discepoli cominceranno a credere in Gesù (Gv 2,11), a seguito del primo di una serie di “segni”* mediante i quali il Verbo incarnato manifesterà la Sua gloria.
Gv 2,1
« Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù.»
L'evangelista inizia la narrazione di questo episodio con un'espressione, "il terzo giorno", che non va qui considerata in un ordine soltanto cronologico, ma anche nel suo “respiro” teologico collegato alla tradizione religiosa ebraica, per la quale il "terzo giorno" è il giorno in cui il Signore si manifestò per sancire l'Alleanza sinaitica con il popolo di Israele (Es.19,16-18).
L'evangelista inizia la narrazione di questo episodio con un'espressione, "il terzo giorno", che non va qui considerata in un ordine soltanto cronologico, ma anche nel suo “respiro” teologico collegato alla tradizione religiosa ebraica, per la quale il "terzo giorno" è il giorno in cui il Signore si manifestò per sancire l'Alleanza sinaitica con il popolo di Israele (Es.19,16-18).
Gv 2,2-3
« Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino".»
Mentre Sua madre “c'era” (Gv 2,1) già alla festa, l'evangelista narra che Gesù con i suoi discepoli ... fu invitato alle nozze, e questa circostanza sta a delineare una fondamentale distinzione: diversamente dalla madre, Gesù non appartiene infatti a queste nozze, che simbolicamente rappresentano l'Alleanza antica... ma interviene quale portatore dell'Alleanza nuova.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: "Non hanno vino".»
Mentre Sua madre “c'era” (Gv 2,1) già alla festa, l'evangelista narra che Gesù con i suoi discepoli ... fu invitato alle nozze, e questa circostanza sta a delineare una fondamentale distinzione: diversamente dalla madre, Gesù non appartiene infatti a queste nozze, che simbolicamente rappresentano l'Alleanza antica... ma interviene quale portatore dell'Alleanza nuova.
Gv 2,4
« E Gesù le rispose: "Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora".»
Gesù inizia a rispondere usando un termine, "Donna", che un uomo semita non impiega mai parlando di sua madre... e questa “stranezza” svela il suo significato all'interno del piano simbolico di questo Vangelo, nel quale emergono le figure di tre donne “spose” di Dio:
- Sua Madre, che rappresenta la sposa-Israele (e precisamente la parte del popolo che è rimasta fedele a Dio)...
- La Samaritana, che rappresenta la sposa che si era allontanata e che Cristo “riconquista” con il Suo amore...
- Maria di Magdala, che rappresenta la nuova sposa costituita dalla comunità dei discepoli di Cristo.
Gesù inizia a rispondere usando un termine, "Donna", che un uomo semita non impiega mai parlando di sua madre... e questa “stranezza” svela il suo significato all'interno del piano simbolico di questo Vangelo, nel quale emergono le figure di tre donne “spose” di Dio:
- Sua Madre, che rappresenta la sposa-Israele (e precisamente la parte del popolo che è rimasta fedele a Dio)...
- La Samaritana, che rappresenta la sposa che si era allontanata e che Cristo “riconquista” con il Suo amore...
- Maria di Magdala, che rappresenta la nuova sposa costituita dalla comunità dei discepoli di Cristo.
Gv 2,5
« Sua madre disse ai servitori: "Qualsiasi cosa vi dica, fatela".»
Scrivendo "Sua madre", l'evangelista utilizza per la terza volta in questo brano il termine madre per cui... conformemente al significato di completezza che il numero 3 assume nella simbologia ebraica... Gv fa capire che ci troviamo nel momento in cui il ruolo di Maria, in questa specifica situazione, si esprime compiutamente:
Lei si rivolge qui ai servitori, cioè a coloro che sono indicati dall'evangelista con un vocabolo greco, "diakonos", designante chi si dispone volontariamente al servizio, e non invece chi è obbligato a servire.
Scrivendo "Sua madre", l'evangelista utilizza per la terza volta in questo brano il termine madre per cui... conformemente al significato di completezza che il numero 3 assume nella simbologia ebraica... Gv fa capire che ci troviamo nel momento in cui il ruolo di Maria, in questa specifica situazione, si esprime compiutamente:
Lei si rivolge qui ai servitori, cioè a coloro che sono indicati dall'evangelista con un vocabolo greco, "diakonos", designante chi si dispone volontariamente al servizio, e non invece chi è obbligato a servire.
Gv 2,6
« Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri.»
Nella simbologia ebraica tradizionale, il tre indica completezza ed il sette totalità, mentre il sei indica imperfezione... e quest'ultimo significato si presta pertanto ad essere messo in relazione alle sei anfore di cui parla qui l'evangelista.
Le quali anfore non sono di terracotta (come abitualmente erano le brocche per il vino), bensì - dice Gv - di pietra (come di pietra erano le tavole della Legge mosaica), e vengono usate per la purificazione rituale dei Giudei.
Nella simbologia ebraica tradizionale, il tre indica completezza ed il sette totalità, mentre il sei indica imperfezione... e quest'ultimo significato si presta pertanto ad essere messo in relazione alle sei anfore di cui parla qui l'evangelista.
Le quali anfore non sono di terracotta (come abitualmente erano le brocche per il vino), bensì - dice Gv - di pietra (come di pietra erano le tavole della Legge mosaica), e vengono usate per la purificazione rituale dei Giudei.
Gv 2,7
« E Gesù disse loro: "Riempite d'acqua le anfore"; e le riempirono fino all'orlo.»
Le parole di Gesù, che disse ai servitori “Riempite d’acqua le anfore”, denotano il fatto che quelle anfore erano vuote... così come, in metafora, era “vuota” la purificazione celebrata mediante le prescrizioni rituali del Giudaismo, che per il popolo erano ormai diventate un mero adempimento esteriore.
Le parole di Gesù, che disse ai servitori “Riempite d’acqua le anfore”, denotano il fatto che quelle anfore erano vuote... così come, in metafora, era “vuota” la purificazione celebrata mediante le prescrizioni rituali del Giudaismo, che per il popolo erano ormai diventate un mero adempimento esteriore.
Gv 2,8
« Disse loro di nuovo: "Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto". Ed essi gliene portarono.»
Adesso Gesù si rivolge nuovamente ai servitori, dicendo loro: "ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto"... cioè alla figura a cui competeva il ruolo importante di verificare che durante i giorni dello svolgimento della festa non venissero mai meno le provviste.
Ad una prima lettura, appare strano il fatto che proprio l'incaricato alla sorveglianza delle provviste non si sia accorto della mancanza di vino.
Adesso Gesù si rivolge nuovamente ai servitori, dicendo loro: "ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto"... cioè alla figura a cui competeva il ruolo importante di verificare che durante i giorni dello svolgimento della festa non venissero mai meno le provviste.
Ad una prima lettura, appare strano il fatto che proprio l'incaricato alla sorveglianza delle provviste non si sia accorto della mancanza di vino.
Gv 2,9
« Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua - chiamò lo sposo »
Quando viene attinta dalle anfore, l' acqua è diventata vino, ma l'evangelista non dà nessuna descrizione del miracolo, che si compie all'insaputa di colui che dirigeva il banchetto... il quale non sapeva da dove venisse.
Nella tradizione ebraica il vino era considerato un dono di Dio, portatore di gioia e segno di prosperità, e la stessa salvezza escatologica... sia nell'Antico (cfr. Am 9,13; Is 25,6) come nel Nuovo Testamento (Cfr. Mt 26,29; Mc 14,25; Lc 22,18)... era rappresentata con l'immagine di un banchetto di nozze nel quale il vino scorreva abbondante.
Quando viene attinta dalle anfore, l' acqua è diventata vino, ma l'evangelista non dà nessuna descrizione del miracolo, che si compie all'insaputa di colui che dirigeva il banchetto... il quale non sapeva da dove venisse.
Nella tradizione ebraica il vino era considerato un dono di Dio, portatore di gioia e segno di prosperità, e la stessa salvezza escatologica... sia nell'Antico (cfr. Am 9,13; Is 25,6) come nel Nuovo Testamento (Cfr. Mt 26,29; Mc 14,25; Lc 22,18)... era rappresentata con l'immagine di un banchetto di nozze nel quale il vino scorreva abbondante.
Gv 2,10
« e gli disse: "Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora".»
L'atteggiamento del direttore del banchetto... sorpreso dalla circostanza che il vino buono sia quello che lo sposo (che qui simboleggia Dio) ha tenuto da parte... finora, rappresenta l'analogo comportamento delle autorità religiose, che saranno anch'esse sorprese dall'azione di Gesù e, simbolicamente, non potranno spiegarsi come l'Alleanza mosaica abbia potuto avere un vino... meno buono rispetto a quello che Dio sta per mettere a disposizione.
L'atteggiamento del direttore del banchetto... sorpreso dalla circostanza che il vino buono sia quello che lo sposo (che qui simboleggia Dio) ha tenuto da parte... finora, rappresenta l'analogo comportamento delle autorità religiose, che saranno anch'esse sorprese dall'azione di Gesù e, simbolicamente, non potranno spiegarsi come l'Alleanza mosaica abbia potuto avere un vino... meno buono rispetto a quello che Dio sta per mettere a disposizione.
Gv 2,11
« Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.»
Il vocabolo segni (in greco sēmeiōn) è uno dei termini caratteristici di Gv, che lui utilizza per mettere in evidenza la necessità di cogliere il “messaggio” insito nei fatti miracolosi operati da Gesù.
Inoltre, l'espressione usata qui dall'evangelista... archēn (inizio) tōn (dei) sēmeiōn (segni)... contiene anche un altro termine assai importante (archēn), con il quale Gv non vuole indicare semplicemente l'inizio di una enumerazione di segni, quanto invece l'origine di un qualcosa di nuovo.
Il vocabolo segni (in greco sēmeiōn) è uno dei termini caratteristici di Gv, che lui utilizza per mettere in evidenza la necessità di cogliere il “messaggio” insito nei fatti miracolosi operati da Gesù.
Inoltre, l'espressione usata qui dall'evangelista... archēn (inizio) tōn (dei) sēmeiōn (segni)... contiene anche un altro termine assai importante (archēn), con il quale Gv non vuole indicare semplicemente l'inizio di una enumerazione di segni, quanto invece l'origine di un qualcosa di nuovo.
Gv 2,12
« Dopo questo fatto scese a Cafàrnao, insieme a sua madre, ai suoi fratelli e ai suoi discepoli. Là rimasero pochi giorni.»
Narrando che Gesù scese a Cafàrnao, insieme al gruppetto di persone che Lo accompagnavano, l'evangelista conclude il capitolo delle vocazioni dei discepoli e della prima manifestazione ad essi della Sua gloria.
Cafàrnao (dall'ebr. Kĕfar Naḥūm, che significa “villaggio della consolazione”) fu la città della Galilea, sul lago di Gennesaret, nella quale... secondo la tradizione sinottica... Gesù dette inizio alla Sua predicazione e alla Sua attività taumaturgica.
Narrando che Gesù scese a Cafàrnao, insieme al gruppetto di persone che Lo accompagnavano, l'evangelista conclude il capitolo delle vocazioni dei discepoli e della prima manifestazione ad essi della Sua gloria.
Cafàrnao (dall'ebr. Kĕfar Naḥūm, che significa “villaggio della consolazione”) fu la città della Galilea, sul lago di Gennesaret, nella quale... secondo la tradizione sinottica... Gesù dette inizio alla Sua predicazione e alla Sua attività taumaturgica.
Il "segno" del Tempio (Gv 2,13-25)
Entrambi i fatti si riferiscono all'inizio dell’autorivelazione di Gesù, e il racconto dell'evangelista mette in evidenza il contrasto esistente tra gli avvenimenti svoltisi a Cana, in Galilea... e quelli accaduti a Gerusalemme, in Giudea:
A Cana Gesù opera infatti nel contesto gioioso di una festa di nozze per Lui priva di pericoli... mentre a Gerusalemme l'ambiente trasuda ostilità, e Lui deve affrontare un primo “interrogatorio” da parte dei Giudei.
Gv 2,13
Mentre la Bibbia ebraica parla sempre della “Pasqua del Signore”, Gv usa qui l'espressione Pasqua dei Giudei, con un evidente intento polemico:
Inserendo il termine Giudei* l'evangelista lascia infatti intendere che l'autentica “Pasqua del Signore", cioè la festa di liberazione istituita in relazione all'Esodo dall'Egitto, non è più tale:
Gv 2,14
« Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.»
Il tempio (Gv scrive in greco “hierō”) di Gerusalemme era una costruzione molto grande, con un perimetro di circa 1,5 km, al cui interno si trovava il “santuario” propriamente detto, per indicare il quale Gv utilizzerà il vocabolo greco “naόs” (Gv 2,19.20.21).
Nell'area del tempio esterna al santuario, nel cosiddetto “atrio dei gentili”, si trovavano coloro che cambiavano la moneta richiesta per le offerte e per l'acquisto degli animali sacrificali venduti in quel luogo.
Il tempio (Gv scrive in greco “hierō”) di Gerusalemme era una costruzione molto grande, con un perimetro di circa 1,5 km, al cui interno si trovava il “santuario” propriamente detto, per indicare il quale Gv utilizzerà il vocabolo greco “naόs” (Gv 2,19.20.21).
Nell'area del tempio esterna al santuario, nel cosiddetto “atrio dei gentili”, si trovavano coloro che cambiavano la moneta richiesta per le offerte e per l'acquisto degli animali sacrificali venduti in quel luogo.
Gv 2,15
« Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi,»
Raccontandoci che Gesù fece una frusta di cordicelle, Gv allude alla tradizionale figura del Messia che... si pensava in Israele... alla sua venuta avrebbe fustigato i peccatori.
Senonché, in questo caso non è verso di loro - i peccatori che dall'esterno entrano nel Tempio per chiedere aiuto a Dio - che Gesù usa la “frusta”.
Raccontandoci che Gesù fece una frusta di cordicelle, Gv allude alla tradizionale figura del Messia che... si pensava in Israele... alla sua venuta avrebbe fustigato i peccatori.
Senonché, in questo caso non è verso di loro - i peccatori che dall'esterno entrano nel Tempio per chiedere aiuto a Dio - che Gesù usa la “frusta”.
Gv 2,16
« e ai venditori di colombe disse: "Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!".»
Dopo aver gettato a terra il denaro dei cambiamonete, Gesù si rivolge non ai venditori dei buoi, e neanche a quelli delle pecore... ma proprio ai venditori di colombe.
Questo fatto può essere compreso tenendo conto che la colomba era il solo animale che i poveri avevano la possibilità di sacrificare a Dio e, al tempo stesso, era anche un simbolo dello Spirito di Dio (cfr.Gv.1,32).
Dopo aver gettato a terra il denaro dei cambiamonete, Gesù si rivolge non ai venditori dei buoi, e neanche a quelli delle pecore... ma proprio ai venditori di colombe.
Questo fatto può essere compreso tenendo conto che la colomba era il solo animale che i poveri avevano la possibilità di sacrificare a Dio e, al tempo stesso, era anche un simbolo dello Spirito di Dio (cfr.Gv.1,32).
Gv 2,17
« I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà.»
Alla scena assistono anche i discepoli i quali si ricordarono della Scrittura, e precisamente del Salmo nel quale l'orante prega dicendo “mi divora lo zelo per la tua casa” (Sal 69,10) in riferimento alla propria vita vissuta nella fedeltà a Dio nonostante le grandi difficoltà a cui deve far fronte... comprese le offese di molti che lo odiano e lo scherniscono.
Alla scena assistono anche i discepoli i quali si ricordarono della Scrittura, e precisamente del Salmo nel quale l'orante prega dicendo “mi divora lo zelo per la tua casa” (Sal 69,10) in riferimento alla propria vita vissuta nella fedeltà a Dio nonostante le grandi difficoltà a cui deve far fronte... comprese le offese di molti che lo odiano e lo scherniscono.
Gv 2,18
« Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: "Quale segno ci mostri per fare queste cose?".»
La reazione dei Giudei, che in questo caso sono i custodi del tempio incaricati di mantenerne l'ordine, è quella di chiedere a Gesù di dare prova dell'autorità che Lo legittima a compiere un'azione di quel genere, di chiaro “sapore” profetico.
Per questo gli dissero: Quale segno ci mostri per fare queste cose?... chiedendoGli cioè un “miracolo di legittimazione”, com'era tradizionalmente richiesto ai profeti.
Segue: Gv 2,19
Vedi nel Glossario la voce: Giudei
La reazione dei Giudei, che in questo caso sono i custodi del tempio incaricati di mantenerne l'ordine, è quella di chiedere a Gesù di dare prova dell'autorità che Lo legittima a compiere un'azione di quel genere, di chiaro “sapore” profetico.
Per questo gli dissero: Quale segno ci mostri per fare queste cose?... chiedendoGli cioè un “miracolo di legittimazione”, com'era tradizionalmente richiesto ai profeti.
Segue: Gv 2,19
Vedi nel Glossario la voce: Giudei
Gv 2,19
« Rispose loro Gesù: "Distruggete questo tempio* e in tre giorni lo farò risorgere".»
Gesù non asseconda la richiesta dei Giudei di manifestare un segno, e pronuncia invece una frase che per loro rimarrà enigmatica.
Per comprendere questa celebre risposta, va innanzitutto evidenziato come, nel riportare le parole di Gesù, l'evangelista non usi il termine greco “ierós” (tempio)... che avrebbe significato il grande spazio sacro sul quale si trovavano i vari edifici che tutti insieme costituivano il Tempio di Gerusalemme... ma scriva invece “naon” (riferito al termine greco “naόs” che significa “santuario”), per indicare specificamente il luogo più sacro, ovvero la grande stanza nella quale si individuava la presenza di Dio.
Gesù non asseconda la richiesta dei Giudei di manifestare un segno, e pronuncia invece una frase che per loro rimarrà enigmatica.
Per comprendere questa celebre risposta, va innanzitutto evidenziato come, nel riportare le parole di Gesù, l'evangelista non usi il termine greco “ierós” (tempio)... che avrebbe significato il grande spazio sacro sul quale si trovavano i vari edifici che tutti insieme costituivano il Tempio di Gerusalemme... ma scriva invece “naon” (riferito al termine greco “naόs” che significa “santuario”), per indicare specificamente il luogo più sacro, ovvero la grande stanza nella quale si individuava la presenza di Dio.
Gv 2,20
« Gli dissero allora i Giudei: "Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?".»
I Giudei non comprendono le parole di Gesù, che per loro rimangono enigmatiche, e così gli dicono: "questo tempio è stato costruito in quarantasei anni (riferendosi con ciò all'insieme degli edifici sacri)... e tu in tre giorni lo farai risorgere?".
Questa loro domanda lascia trasparire quanto siano sbalorditi, di fronte ad una azione materialmente impossibile per chiunque, tranne che per Dio.
I Giudei non comprendono le parole di Gesù, che per loro rimangono enigmatiche, e così gli dicono: "questo tempio è stato costruito in quarantasei anni (riferendosi con ciò all'insieme degli edifici sacri)... e tu in tre giorni lo farai risorgere?".
Questa loro domanda lascia trasparire quanto siano sbalorditi, di fronte ad una azione materialmente impossibile per chiunque, tranne che per Dio.
Gv 2,21
« Ma egli parlava del tempio* del suo corpo.»Per mettere in chiaro l'equivoco in cui sono scivolati i Giudei, l'evangelista precisa che Gesù “parlava del tempio (*) (santuario) del suo corpo”... e non del Santuario in pietra che, nella tradizione giudaica, è luogo della presenza (shekinà) di Dio fra il suo popolo.
Gv 2,22
« Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. »L'evangelista qui scrive che i suoi discepoli si ricordarono in un secondo tempo - ovvero quando (Gesù) fu poi risuscitato dai morti - che Lui aveva detto questo... e ciò sta a significare che la piena comprensione di quanto Gesù aveva detto e fatto, fu accessibile per i discepoli soltanto dopo la morte e la risurrezione del loro Maestro.
Gv 2,23-25
« Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome.Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull'uomo. Egli infatti conosceva quello che c'è nell'uomo.»
Durante la permanenza di Gesù a Gerusalemme per la Pasqua, la sua attività ha suscitato l'interesse di molti che - narra l'evangelista - vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome.
Però questo "credere", scaturito dall'osservazione delle opere sensazionali da Lui compiute, non è ancora la fede autentica, tant'è vero che Gesù, non si fidava di loro perché Lui sapeva che il vero significato di ciò che stava facendo, rimaneva per loro oscuro.
Il colloquio con Nicodèmo (Gv 3,1-21)
Alla fine del 2° capitolo (Gv 2,23-25) Gv ha espresso una sua considerazione critica riguardo alla fede che il popolo di Gerusalemme ha mostrato nei confronti di Gesù, mentre adesso l'evangelista inizia a presentarci tre persone che si “candidano” a credere in Cristo : Il dottore della legge giudeo, di nome Nicodèmo (Gv 3,1-21);
La samaritana (Gv 4,1-42) , che i Giudei considerano un' "eretica";
L'ufficiale regio, da loro considerato un "pagano" (Gv 4,46-54).
Ogni dialogo che Gesù intrattiene con questi interlocutori costituisce un'illustrazione del percorso interiore che ciascuno di loro compie nello spazio compreso tra la visione del miracolo, e la fede nel messaggio che vi è contenuto... la quale, peraltro, non è da tutti raggiunta.
Gv 3,1
L'evangelista inizia a parlarci di Nicodèmo (un nome greco che venne adottato anche nella lingua aramaica) presentandolo come un fariseo che era anche uno dei capi dei Giudei, cioè un membro del Sinedrio, il consiglio supremo che gestiva l'autorità religiosa e giurisdizionale in Israele.
Come Gv preciserà tra poco, Nicodèmo è anche un "Maestro d'Israele” (Gv 3,10), cioè un componente del gruppo degli scribi e, in quanto tale, apparteneva dunque alla parte elitaria del Giudaismo.
Segue: Gv 3,2
Gv 3,2
« Costui (Nicodèmo) andò da Gesù, di notte, e gli disse: "Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui". »
Nicodèmo si reca da Gesù e lo fa - scrive Gv - di notte.
Conoscendo lo stile dell'evangelista, questa sua precisazione deve essere letta al di là del mero significato letterale... tanto più che ritroveremo l'identica espressione anche in seguito, quando Gv scriverà “Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte” (Gv 19,39).
Nicodèmo si reca da Gesù e lo fa - scrive Gv - di notte.
Conoscendo lo stile dell'evangelista, questa sua precisazione deve essere letta al di là del mero significato letterale... tanto più che ritroveremo l'identica espressione anche in seguito, quando Gv scriverà “Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte” (Gv 19,39).
Gv 3,3
« Gli rispose Gesù: "In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce dall'alto* (di nuovo), non può vedere il regno di Dio".»Il duplice ed autorevole "in verità" (che Gv scrive “Amēn, amēn”) con il quale Gesù introduce ciò che sta per dire, è un linguaggio solenne che in effetti si confà ad un “Rabbì”... così come Nicodèmo L'ha appena chiamato (Gv 3,2).
La sua risposta non corrisponde peraltro a quanto il nobile giudeo Gli ha chiesto:
Anziché parlare di Sé stesso, Gesù infatti parla di come può avvenire l'ingresso nel regno di Dio.
Gv 3,4
« Gli disse Nicodèmo: "Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?".»Di fronte alla “nascita di nuovo” (Gv 3,3) di cui gli ha parlato Gesù, Nicodèmo esprime tutta la sua perplessità:
Dapprima presenta a Gesù la più naturale delle obiezioni: "come può nascere un uomo quando è vecchio?"... e poi aggiunge "può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?".
Nota esegetica su Gv 3,3-4
Gv 3,5
« Rispose Gesù: "In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio.»
Dopo aver ripetuto l'espressione "in verità, in verità", già pronunciata in precedenza (Gv 3,3) - con la quale sottolinea la Sua autorità, nonché l'importanza di ciò che sta per dire - Gesù afferma che entrare nel regno di Dio non è possibile per chi non nasce da acqua e Spirito.
Nella tradizione giudaica l'acqua è un simbolo frequente dello spirito, ed è proprio sullo Spirito che è fondata la rinascita di cui ci parla Gesù, come infatti stiamo per vedere nei due prossimi versetti.
Segue: Gv 3,6
Dopo aver ripetuto l'espressione "in verità, in verità", già pronunciata in precedenza (Gv 3,3) - con la quale sottolinea la Sua autorità, nonché l'importanza di ciò che sta per dire - Gesù afferma che entrare nel regno di Dio non è possibile per chi non nasce da acqua e Spirito.
Nella tradizione giudaica l'acqua è un simbolo frequente dello spirito, ed è proprio sullo Spirito che è fondata la rinascita di cui ci parla Gesù, come infatti stiamo per vedere nei due prossimi versetti.
Segue: Gv 3,6
Gv 3,7
« Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere (dall'alto*) di nuovo.»
Al di là del "non meravigliarti" che Gesù dice a Nicodèmo - il quale evidentemente è rimasto sorpreso dalla “novità” delle parole che ha ascoltato - è qui significativo rilevare una “stranezza”:
Al di là del "non meravigliarti" che Gesù dice a Nicodèmo - il quale evidentemente è rimasto sorpreso dalla “novità” delle parole che ha ascoltato - è qui significativo rilevare una “stranezza”:
Gv 3,8
« Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito".»
Gesù usa qui una similitudine che allude al significato dell'ebraico rûah, un vocabolo che... allo stesso modo del termine greco pnéuma usato dall'evangelista... indica sia il “vento” (o “soffio”), sia lo “spirito”.
Gesù paragona infatti il “nascere di nuovo” di cui sta parlando (Gv 3,3.5), al movimento del vento, il quale è tanto reale e constatabile nei suoi effetti, quanto sfuggente all'umana capacità di comprenderne compiutamente l'origine e la destinazione.
Gesù usa qui una similitudine che allude al significato dell'ebraico rûah, un vocabolo che... allo stesso modo del termine greco pnéuma usato dall'evangelista... indica sia il “vento” (o “soffio”), sia lo “spirito”.
Gesù paragona infatti il “nascere di nuovo” di cui sta parlando (Gv 3,3.5), al movimento del vento, il quale è tanto reale e constatabile nei suoi effetti, quanto sfuggente all'umana capacità di comprenderne compiutamente l'origine e la destinazione.
Gv 3,9
« Replicò Nicodèmo: "Come può accadere questo?".»L'interrogativo che per Nicodèmo rimane aperto, riguardo a questo "nascere di nuovo" (Gv 3,3.5) di cui Gesù gli sta parlando, è quello di capire: come può accadere questo?
Evidentemente si tratta di una domanda che fa ancora trasparire l'incredulità di Nicodèmo, perché i segni miracolosi compiuti da Gesù lo hanno indotto a riconoscerLo come un uomo in stretta relazione con Dio (cfr.Gv 3,2)... ma non ancora come il Messia.
Gv 3,10
« Gli rispose Gesù: "Tu sei maestro d'Israele e non conosci queste cose? »
Questo rimprovero che Gesù muove a Nicodèmo è riferito al fatto che lui, in quanto maestro d'Israele, era un esperto conoscitore della Scrittura e dunque avrebbe dovuto conoscere "queste cose" ... cioè avrebbe dovuto per esempio pensare ai passi che parlano dell'opera dello Spirito Santo nei tempi messianici, per rendersi conto di quanto stava succedendo.
Questo rimprovero che Gesù muove a Nicodèmo è riferito al fatto che lui, in quanto maestro d'Israele, era un esperto conoscitore della Scrittura e dunque avrebbe dovuto conoscere "queste cose" ... cioè avrebbe dovuto per esempio pensare ai passi che parlano dell'opera dello Spirito Santo nei tempi messianici, per rendersi conto di quanto stava succedendo.
Gv 3,11
« In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza.»Dopo aver pronunciato per la terza volta la solenne formula "in verità, in verità io ti dico", Gesù continua non con un “io”, bensì con un noi che costituisce una “stranezza” linguistica simile a quella già incontrata in precedenza (Gv 3,7).
In realtà, dal momento che era stato proprio Nicodèmo a rivolgersi a Lui dicendo “sappiamo che sei venuto da Dio” (Gv 3,2)... le parole pronunciate adesso da Gesù appaiono come una sorta di “eco”:
Gv 3,12
« Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? »Gesù pone adesso in evidenza questa differenziazione tra le cose della terra e le cose del cielo, per affermare che se Nicodèmo (e i Giudei che pensano come lui) non credono in ciò che già è stato rivelato, ancor meno potranno credere a ciò che Gesù rivelerà... e che si distaccherà ulteriormente dalle concezioni tradizionali di Israele.
Gv 3,13
« Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo.»Queste parole di Gesù, "nessuno è mai salito al cielo", suonano come una smentita nei confronti di quegli esponenti delle tradizioni apocalittica e gnostica che affermavano di avere delle visioni grazie alle quali portavano sulla terra i “segreti” raccolti nei loro “viaggi” in cielo.
Gv 3,14
« E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo,»La prospettiva che attende il Figlio dell'uomo... il quale dovrà essere innalzato sulla croce... viene qui presentata da Gesù con un parallelismo che trae spunto da un celebre avvenimento della storia di Israele (Nm 21,4-9).
Gv 3,15
« perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.»Il motivo per cui “bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo” (Gv 3,14), è... perché chiunque crede (,) in lui abbia la vita eterna.
Per tradurre fedelmente le parole scritte dall'evangelista, è fondamentale aggiungere la virgola che è qui messa tra parentesi a metà della frase, perché Gv non dice - come alcuni vorrebbero invece fargli dire - “chiunque crede in lui (il Figlio dell'uomo)”.
Gv 3,16
« Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.»Rispetto all'immagine dell'innalzamento del “Figlio dell'uomo” illustrata nei versetti precedenti (Gv 3,14-15), queste parole di Gesù determinano un subitaneo cambio di prospettiva, che orienta il nostro sguardo verso la venuta del Figlio unigenito* nel mondo.
Gv 3,17
« Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.»Gesù continua dicendo che Dio è innamorato dell'umanità al punto che non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo”, cioè per emettere un giudizio* impietoso nei suoi confronti...
Il suo intento è invece quello di offrire all'umanità la pienezza di Vita manifestata nel Figlio unigenito: perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Gv 3,18
« Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.»Poiché non è Dio che giudica l'essere umano (cfr.Gv 3,17), è in realtà l’essere umano che giudica sé stesso, e la discriminante tra la “salvezza” e la “condanna” è costituita dal credere, o meno, nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
Gv 3,19
« E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.»Come abbiamo visto nei precedenti versetti, Dio “non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare (giudicare) il mondo” (Gv 3,17)… ma comunque, a causa della Sua presenza, il giudizio è già presente e - dice adesso Gesù - il giudizio è questo :
Gv 3,20
« Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non siano riprovate.»
Parlando di un principio che trova riscontro anche nella realtà materiale - visto che i malfattori solitamente preferiscono agire con il favore delle tenebre - qui Gesù dice che chiunque fa il male, odia la luce ed in conclusione della frase precisa: "perché le sue opere non siano riprovate".
Parlando di un principio che trova riscontro anche nella realtà materiale - visto che i malfattori solitamente preferiscono agire con il favore delle tenebre - qui Gesù dice che chiunque fa il male, odia la luce ed in conclusione della frase precisa: "perché le sue opere non siano riprovate".
Gv 3,21
« Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.»Oltre a coloro che rifiutano la “luce” (Gv 3,19-20) ci sono anche quelli che, invece, vengono verso la luce.
Gesù dice che si tratta di chi fa la verità... e la particolarità di questa sua espressione permette di capire che Lui qui non si sta riferendo a quanti aderiscono alla verità limitandosi a crederci soltanto da un punto di vista intellettuale-dottrinale.
Gv 3,22
« Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea; e là si tratteneva con loro, e battezzava.»Dopo la permanenza a Gerusalemme per la Pasqua, durante la quale ha avuto luogo anche il colloquio con Nicodèmo, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea.
L'evangelista non si preoccupa qui di indicare in quale località Gesù e i suoi si siano recati, ma invece precisa che là si tratteneva con loro, e battezzava.
Nota su Gv 3,22
Il carattere spiccatamente teologico del quarto Vangelo, nonché il suo marcato simbolismo, in passato ha indotto molti esegeti a sollevare svariate obiezioni riguardo alla veridicità storica della narrazione di Giovanni.Soprattutto negli ultimi decenni questa tendenza è stata invece sovvertita, via via che all'interno della comunità internazionale degli studiosi è stata messa in evidenza l'effettiva qualità dei dati storici, topografici ed anche narrativi riportati dal quarto evangelista.
Tra questi ultimi si colloca il fatto raccontato dai versetti nei quali ora ci troviamo (Gv 3,22-24), ovvero quella fase battezzatrice del ministero di Gesù della quale i Sinottici non fanno invece alcun cenno.
Gv 3,23
Più ancora del fatto che Giovanni battezzasse a Ennòn, vicino a Salìm, è qui importante il fatto che l'evangelista attesti la coesistenza dei due battesimi, celebrati in contemporanea da Gesù e dal Battista.
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